Manifesto del servizio A casa tutto bene

Popolazione anziana in aumento, bisogni di non autosufficienza anche, ma risorse pubbliche nella migliore delle ipotesi stabili, spesso in decremento. Il quadro che emerge dal sesto rapporto dell’Osservatorio Long Term Care nel 2023, frutto della collaborazione tra Essity e il Cergas Sda Bocconi, è a dir poco drammatico: quasi 4 milioni di cittadini esprimono bisogni di cura a cui il Paese, nel suo insieme, non riesce a dare risposte. Non sul piano economico, non per quanto riguarda le ipotesi dei servizi, non sul piano del riconoscimento professionale necessario per evitare la fuga degli operatori.

Anche per questo il nuovo progetto “A casa tutto bene” realizzato grazie ai fondi del Pnrr da una cordata pubblico-privata che vede l’Ufficio di piano di Sondrio capofila in partnership con quello di Morbegno e con la cooperativa sociale Grandangolo a fare fra braccio operativo, sembra andare nella giusta direzione. L’iniziativa prova infatti a mantenere le persone anziane al loro domicilio attraverso servizi innovativi.

Proviamo a capire com’è la situazione con Giovanni Fosti, associate professor of Welfare and social innovation alla Sda Bocconi school of management e professore a contratto di “Economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche” dell’Università Bocconi. Fosti  ha collaborato alla redazione del rapporto dell’Osservatorio Long Term Care 2023. Come si pone il progetto “A casa tutto bene” all’interno di questo quadro.

I dati dell’Istat al 2021 ci dicono che in Italia ci sono all’incirca 4 milioni di persone in condizioni di non autosufficienza. Sulla base della ricerca che abbiamo fatto sappiamo che di queste quelle che sono in carico ai servizi pubblici sono un po’ meno del 30%. Dobbiamo poi mettere in conto il sistema previdenziale, che però riguarda chi ha lavorato, e quello legato all’indennità di accompagnamento che interviene in termini finanziari. Vengono cioè date risorse monetarie, ma le persone e le famiglie devono mixare con le proprie capacità di spesa. E soprattutto devono fare tutto da sole.

L’Osservatorio Long Term Care indaga la sostenibilità futura del settore. Le conclusioni a cui arriva è che senza innovazioni o cambi di rotta, la sostenibilità al 2030 è altamente critica. Cosa significa e cosa è necessario fare?

Uno dei punti principali è che il peso della cura ricade sempre più spesso sulle famiglie che però sono anche sempre più corte e più fragili. Parliamo di una rete familiare fatta da un minor numero di persone che lavorano in modo diverso con tempi differenti rispetto al passato e che quindi fanno più fatica a reggere il carico di cura. Questa è la chiave di lettura.

Bisogna avere contezza della portata del fenomeno che nonostante riguardi 4 milioni di persone è letto e vissuto come fenomeno privato. Ragioniamo ancora come si faceva molti anni fa quando la maggior parte delle persone veniva curato dentro le reti familiari e per chi era in difficoltà c’erano delle strutture. Non è più così.

Oggi questo fabbisogno riguarda persone che non sono in condizioni di particolare fragilità sociale ed economica, ma che rischiano di scivolarvi non trovando un supporto adeguato. 

Il punto, mi sembra di capire, è questa errata lettura del contesto per cui un fenomeno pubblico, largamente pubblico, viene invece vissuto e affrontato come privato.

Se consideriamo anche i caregiver questa situazione riguarda complessivamente 8/10 milioni di italiani. E la forma di cura più ampiamente usata, tolto il 30% di persone assistite (il 7% in rsa e il resto attraverso servizi domiciliari che sono però molto limitati), è quella che ricorre alle badanti. Ne abbiamo un milione in Italia. Le famiglie sono da sole a gestirsi anche questo tipo di aiuto.

 “A casa tutto bene” prova a dare una risposta proprio a questo tipo di necessità attraverso un patto tra assistito, famiglie e sistema dell’offerta dei servizi. Il care manager funge da guida nella scelta delle soluzioni migliori. E’ così?

Questo progetto è molto interessante proprio perché interviene in una sfera in cui le famiglie mettono molte risorse, spesso senza portare a casa molta qualità, perché non sono aiutate. Non hanno una bussola per orientarsi all’interno di questo mondo così variegato.

Non è un progetto che vuole sostituire la famiglia: si candida ad aiutare le famiglie, che già mettono in campo molte  risorse, a farlo al meglio. Cerca anche di creare modelli di servizi diversi, ad esempio, attraverso le nuove tecnologie. Le risorse del Pnrr sostengono la sperimentazione di soluzioni innovative che non sono cosa facile da accettare. Ma per affrontare questo problema dobbiamo avere uno sguardo nuovo.

Non possiamo permetterci di coprire quel 70% di persone che non hanno risposte dai servizi pubblici moltiplicando per tre la spesa perché, anche se sarebbe bello, non è realistico. Se, invece, cominciamo ad investire su servizi diversi e innovativi che mirano a organizzare gli interventi, allora siamo sulla buona strada.

Un passaggio intermedio tra la presenza fortemente strutturato e il fai da te a cui sono lasciate le famiglie…

Esattamente. Questo progetto si colloca in modo intermedio con diversi livelli di intensità. Senza tralasciare l’altro elemento forte che è la capacità di intervento rapido e la possibilità di dare risposte flessibili.

Chiaramente la flessibilità ha un costo più alto rispetto ad una risposta rigida. Ma è anche vero che a volte le famiglie non trovano risposte di flessibilità pur mettendo in campo risorse ingenti. Il tentativo di “A casa tutto bene” è quello di riconoscere che non tutti hanno le stesse esigenze e che a fronte di esigenze differenti bisogna mettere in campo cose diverse.

Quante persone può riguardare una sperimentazione di questo genere in Valtellina? 

Proiettando sul territorio le stime dell’Istat possiamo dire che parliamo di una quota di popolazione tra le 11 e le 12mila unità. Alcune ce la fanno da sole, alcune sono in contesti familiari che si stanno completamente arrangiando, alcune invece avrebbero bisogno di una mano. E questo aiuto richiede un costo.  Ma soprattutto un utilizzo più oculato delle risorse.

In questo senso la figura del care manager è fondamentale perché non offre una prestazione, sanitaria, ma aiuta a costruire il sistema di cura. A mettere in campo quello che serve davvero. Perché quando ci si occupa di una cosa senza averne le competenze il rischio di mettere risorse in cose che servono meno è altissimo. Di fare cose che costano tanto e non sono utili e non farne invece altre che costano magari meno, ma sono cruciali.

A volte bastano piccoli accorgimenti per migliorare la qualità della vita di una persona. Avere qualcuno con cui parlare e che possa dare conforto rispetto alla gestione della cura è importantissimo.

Anche come valore preventivo rispetto alla condizione di fragilità?

Certamente. Ci sono persone che magari sono autosufficienti, ma hanno qualche fragilità.  Allora avere qualcuno che le aiuti ad organizzare la casa, rendendo più semplici una serie di cose evitando una serie di rischi che chi è competente può fare, diventa dirimente. Ricordiamoci che il grado di non autosufficienza dipende anche dal contesto in cui si è.

E’ chiaro che quando si fa una cosa nuova non è semplice farla capire, ma che qualcuno abbia il coraggio di farla è importante.